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Cibi
 
CHAPATI: pane tipico della cucina indiana, diffuso in gran parte dell'Asia meridionale, in alcune aree del Medio Oriente, e in diversi paesi dell'Africa orientale, inclusi Kenya e Tanzania. È prodotto a partire da un impasto di farina integrale, acqua e sale, che viene schiacciato fino a formare una pizza del diametro di circa 12 centimetri e poi cotto su una piastra asciutta e molto calda, su entrambi i lati. Costituisce un cibo di base, che si può mangiare da solo o accompagnandolo ad altri cibi; di fatto, pur assomigliando ad una piadina, è l’equivalente del tradizionale pane nostrano.
 
GITHERI: tradizionale del Kenya, è un fatto di mais e fagioli rossi. 
 
MANAGU: tradizionale del Kenya, è un vegetale ricco di ferro, simile agli spinaci italiani, di sapore amarognolo. Talora si usa servirlo alcuni giorni dopo la cottura o accompagnarlo con mawiza lala per ridurre il sapore amarognolo.
 
MANDAZI: sono panini fritti tipici dell’africa dell’est, simili alle ciambelle e popolari nelle regioni litoranee del Kenia e della Tanzania. Sono mangiati insieme al tè o al caffè per la prima colazione, per uno spuntino in qualunque momento della giornata e con il piatto principale per pranzo. Non sono dolci come le nostre ciambelle e non hanno glassa o zucchero.
 
SAMOSA: popolare antipasto e snack indiano diffuso in tutta l'Asia centro-meridionale, nella penisola arabica, arrivando oltre il mediterraneo fino nel Corno d'Africa, Nordafrica e Grecia. Consiste generalmente in un guscio triangolare (a volte anche semilunare o tetraedrico) di pasta di farina (maida), fritto o al forno, farcito principalmente con patate ma anche con cipolle, piselli, lenticchie, formaggio, carne di manzo o pollo e varie spezie locali come peperoncino o coriandolo. Le dimensioni e la consistenza del ripieno variano a seconda della cultura o del paese dove la samosa viene preparata, anche se generalmente si tratta appunto di un triangolo non più grande di dieci centimetri.
 
UGALI: alimento a base di farina di mais e acqua, simile alla polenta e al fufu, che costituisce uno degli elementi principali della dieta della popolazione di molte aree dell'Africa, soprattutto orientale e meridionale. È noto localmente con numerose denominazioni e in numerose varianti: oltre a ugali (usato soprattutto in lingua swahili, Kenya e Tanzania) ci sono per esempio ngima (kikuyu, Kenya), nshima o shima (Zambia), nsima o sima (chichewa, Malawi), sadza (shona, Zimbabwe), isitshwala (ndebele, Zimbabwe), pap (afrikaans, Sudafrica e Namibia), oshifima (Namibia), posho (Uganda). In Nigeria una ricetta molto simile è chiamata akamu dagli Igbo e ogi dagli Yoruba. In genere, queste denominazioni indicavano originariamente un alimento simile a miglio, sorgo o altre colture native; il loro uso è stato poi esteso a indicare la stessa ricetta realizzata col mais, e quest'ultimo significato è andato spesso a sostituire il precedente nell'uso più comune. La preparazione dell'ugali è simile a quella della polenta. La farina di mais viene bollita in acqua fino a formare una poltiglia che viene poi battuta e contemporaneamente addensata con altra farina, fino a ottenere la consistenza desiderata, che come nel caso della polenta può variare a seconda delle tradizioni locali. In molti paesi (per esempio Zambia e Malawi) la preparazione dell'ugali (chiamato nsima o nshima) viene considerata una forma d'arte, e la tecnica per ottenere la consistenza e il sapore considerati ideali viene preservata con cura di generazione in generazione. L'ugali viene in genere consumato appallottolandolo e intingendolo in salse e contorni a base di carne, pesce, verdure o talvolta arachidi; fra le verdure più usate si possono citare le foglie di zucca o il cavolo. In genere lo si mangia con le mani; una depressione praticata con le dita in una palla di ugali può servire come contenitore in cui versare o raccogliere salse, brodo o altri condimenti.
 
Bevande:
 
CHAI: Masala chai o semplicemente Chai è un tè aromatizzato indiano ricavato dal tè nero con una miscela di spezie ed erbe indiane. Dall'India si è diffusa in tutto il mondo, diventando una bevanda offerta in molti caffè, sebbene la versione tradizionale sia preparata con decotti, la versione venduta nei negozi al dettaglio prevede anche bustine da té per l'infusione, misture istantanee e concentrati. In molte lingue chai è una parola che significa tè. La mistura di specie, chiamata karha, usa una base di zenzero e semi di cardamomo verdi, ma si aggiungono talvolta anche anice, cannella semi di finocchio, pepe e chiodi di garofano.
 
MAZIWA LALA: latte fermentato con dei piccoli frammenti di cenere, considerato una golosità da offrire agli ospiti. La bevanda viene servita a temperatura ambiente ed è conservata in speciali “borracce” ricavate da una particolare zucca il cui interno viene affumicato.
 
TUSKER (O BIRRA DELL’ELEFANTE): è una birra molto venduta in Kenya. Nell’etichetta incollata alla bottiglia è disegnato un elefante. Lo slogan “Bia yangu, Nchi yangu” significa “La mia birra, il mio Paese” in swahili. 
 
UJI: è un porridge denso, fermentato, di sapore dolce, contenente un alto numero di nutrienti (fibre e vitamine), tipico del Kenya.
 
   
LA MASAI BIANCA: Carola Lehmann è una giovane donna svizzera in vacanza in Kenya insieme al fidanzato Stefan. Prossima al rientro, dopo due settimane di permanenza, la coppia incontra due guerrieri Masai Samburo. Carola è immediatamente attratta da uno di loro, Lemalian Mamuteli, al punto di decidere di non rientrare in patria. Raggiunge Nairobi e in seguito incontra Elizabeth, una bianca che ha sposato un Kikuyu. Benché la donna la metta in guardia sulla profonda diversità di cultura che sussiste tra un'occidentale e un Masai, Carola seguirà Lemailian nel suo villaggio di capanne di fango all'interno della savana. Il colpo di fulmine iniziale sembra a Carola la formula magica per superare tutti i problemi ma purtroppo la realtà prende progressivamente il sopravvento. Il film non vuole essere un pamphlet in favore della separazione tra razze e culture, vuole piuttosto mostrare come occorra una determinazione diversa da quella dell'infatuazione da 'mal d'Africa' per superare le barriere. Non è solo Carola a cercare di adattarsi. Anche lo scultoreo Lemalian si impegna nel percorso a partire dalla situazione più intima: il rapporto sessuale che da sbrigativo e quasi animalesco diviene progressivamente dolce senza perdere in potenza virile. Il problema è che Carola guarda alla tribù di colui che diventerà suo marito con le lenti deformanti di chi vuole a tutti i costi farsi andare bene ciò che invece non funziona. Da buona occidentale vorrebbe opporsi d'istinto a certe pratiche che trova 'barbare'. Sarà il sacerdote (italiano) lì in missione a cercare di spiegarle che per essere ascoltati bisogna accettare e rispettare anche tradizioni che si valutano negativamente. Lo sforzo per la donna è troppo pesante e finirà per ritrovarsi schiacciata in una condizione che vede la donna venire nell'ordine gerarchico subito sopra le capre. Non era facile portare sullo schermo una tematica così scabrosa senza peccare di colonialismo culturale. La sceneggiatura e la regia riescono ad evitarlo perché non rappresentano Lemalian come il selvaggio ignorante. E' (molto più semplicemente ma anche più drammaticamente) un essere umano che non può separarsi dal proprio retroterra culturale pena la perdita d'identità. 
 
THE FIRST GRADER: Ambientato in un villaggio di montagna in Kenya, il film - tratto da una storia vera - racconta la decisione e le vicende di Kimani Nganga Maruge, un vecchio veterano Mau Mau determinato a imparare a leggere e scrivere. Per farlo, Maruge si unisce a una classe composta da bambini di sei anni. Lì, insieme ai suoi giovani insegnanti riesce a vincere la sua scommessa, ma anche a trovare un nuovo modo di superare gli oneri del passato coloniale.
 
MUZUNGU: Freddy e Dodò sono due quarantenni, animatori di villaggi turistici e cercano, a modo loro, non tanto il senso della vita, quanto un sussulto di dignità. La loro Africa è fatta di travestimenti, di giochi, di lazzi, di panorami da cartolina e, soprattutto, di quella specie antropologica particolarissima formata dalla categoria dei “vacanzieri”. Quando, insieme a una occasionale compagna di viaggio, Soraya, figlia, vistosa e svanita, di un ricco produttore di salumi, precipitano con un piccolo aereo tra le dune di un deserto, sono accolti nella missione di padre Luca e scoprono l’Africa del sacrificio, della solidarietà, della sofferenza, delle malattie e delle emozioni. 
 
IL PAESE DELLE PICCOLE PIOGGE: Sposata con Pasquale, un uomo legato a Cosa Nostra, e da poco scoperte le attività criminali del marito, Anna riesce a convincere quest'ultimo a cambiare vita. I due progettano di tagliare i ponti col passato e di trasferirsi in Kenya, dopo che l'uomo avrà convinto i suoi boss a lasciarlo libero. Ma, si sa, da una vita criminale non ci si libera facilmente: così, all'appuntamento convenuto, Pasquale viene ferito a morte dagli esponenti della cosca, interessati anche a un conto a tanti zeri con cui la coppia progettava di andare a vivere. Pasquale, prima di morire, riesce a raggiungere Anna e a consegnarle il biglietto per il Kenya con i documenti falsi, oltre a una chiavetta con le coordinate del deposito bancario. Anna è così costretta a partire per l'Africa da sola, in fuga; in Kenya incontra Bodo, ragazzino africano che vive in una missione di religiosi, che si occupano di prestare assistenza alle popolazioni locali. Il ragazzino riesce a far breccia nella diffidenza di Anna, in preda alla costante paura di essere riconosciuta: la donna viene introdotta nella comunità di missionari, dove conosce anche Luca, un medico con cui presto nasce un'attrazione reciproca. Anna, affascinata dall'Africa più autentica, lontana dalle comodità dei villaggi turistici, e desiderosa di dare un senso alla sua permanenza nel continente, decide di unirsi alla missione e di andare a vivere con i suoi membri, nel cuore della savana. Ma i nemici di suo marito sono già sulle sue tracce, e su quelle del lucroso segreto che porta con sé: la nuova esistenza di Anna, la sua stessa sopravvivenza insieme a quella dell'intera missione, sono ora fortemente a rischio.
 
IL RE LEONE: Simba è un cucciolo di leone, figlio di re Mufasa e principe ereditario della Savana. Curioso e avido di vita, contravviene agli ammonimenti del padre e si lascia convincere dall'infido zio Scar a visitare il misterioso 'cimitero degli elefanti', dove viene aggredito da tre iene ebeti e fameliche. Soccorso dal padre, Simba promette di non disobbedire più e di seguire disciplinato le orme del genitore. Ma Scar è in agguato. Ostinato a usurpare il trono del fratello, di cui invidia la forza e la saggezza, orchestra un nuovo piano per liberarsi definitivamente di re e principe. Appoggiato dalle iene, a cui ha promesso cibo a volontà, Scar riesce nella tragica impresa, uccide il fratello e si proclama tiranno di un regno oscuro. Simba, sopravvissuto ed esiliato dallo zio e dal senso di colpa, inventa altrove una vita 'senza pensieri'. Diversi anni dopo ritroverà il suo passato nello sguardo di chi lo ha amato e deciderà di riprendersi il regno e l'orgoglio perduti.
 
  
IO, SAFIYA, di Raffaele Masto: Safiya vive in un villaggio nel Nord della Nigeria, dove l'Islam applica la sua legge nel modo più arcaico e spietato. Secondo la Sharia, la legge islamica, le donne che partoriscono fuori dal matrimonio sono condannate alla lapidazione. Safiya è una di queste. Scampata per un soffio alla morte, simbolo di un duro scontro tra il potere centrale cristiano-animista e il potente establishment musulmano, Safiya racconta in prima persona la "sua" storia. Non solo quella di un simbolo nelle travagliate vicende dell'Africa contemporanea, ma anche e soprattutto i sentimenti e la visione del mondo di una donna vissuta da sempre in una comunità rurale e pacifica.
 
IL SOGNO DEL BAMBINO STREGONE, di Luca Castellitto: Intabarrato in una coperta consunta che lascia trasparire solo gli occhi, un bimbo si alza dalla panca che ha eletto a giaciglio. Non ha ancora dieci anni. Intorno a lui, una decina di compagni continuano i loro sogni agitati. Ogni sera il brulicante mercato di Kinshasa diventa dormitorio per un esercito di ragazzini. Si aggirano in cerca di cibo, si abbandonano stremati. Molti, come Michel, sono stati cacciati di casa con un'accusa gravissima e ridicola al tempo stesso: quella di essere infidi stregoni, degli "ndoki", che trascinano il malocchio sul tetto familiare. Capro espiatorio perfetto, che si nutre dell'istigazione delle sette che proliferano per il paese: il bimbo troppo irruente o troppo silenzioso, quello che ancora fa la pipì a letto o che rifiuta il cibo è bollato. Ogni evento negativo che coinvolga la famiglia, anche il più insulso, gli verrà addebitato, fino a che non sarà messo alla porta. Ma non prima di aver subito umiliazioni, violenze, crudeli esorcismi. Quella di Michel è una storia incredibile, eppure simile a quella di molti altri bambini. Ma è anche una storia di riscatto perché, in una notte terribile, Michel incontra Sylvie, e con lei una nuova speranza.
 
LA BIBLIOTECA SUL CAMMELLO, di Hamilton Masha: Fiona Sweeney fa la bibliotecaria a New York. Ha un buon lavoro, un fidanzato che le vuole bene, un'esistenza tutto sommato gratificante. Ma a trentasei anni decide di dare una svolta alla sua vita. Quando legge un annuncio in cui si cerca una bibliotecaria per la fondazione della prima biblioteca itinerante in Kenya, non ci pensa due volte e, lasciate le luci scintillanti di New York, parte per l'Africa. L'idea è semplice e geniale: per gli abitanti di quelle regioni, il libro è un oggetto sconosciuto, che suscita diffidenza. Per renderglielo familiare, i libri arriveranno al villaggio sul dorso di un animale assai conosciuto, anzi, un animale indispensabile, il cammello. Nasce così la "Biblioteca sul cammello". Tra le capanne di Mididima la vita segue gli stessi ritmi da millenni. L'arrivo della "Biblioteca sul cammello" è un evento straordinario, che scatena cambiamenti nella rigida organizzazione tribale: la fatica nell'assimilare la novità divide la popolazione. C'è chi pensa che la cultura possa aiutare a costruire un mondo migliore, come il maestro Matani, o la piccola Kanika, che sogna di diventare insegnante, o l'enigmatico Scar Boy, un bambino orribilmente sfigurato da una iena, che nella letteratura finalmente trova il suo mondo. Ma ci sono anche coloro che considerano Fiona una pericolosa minaccia. La "Biblioteca sul cammello" è stata realmente fondata dieci anni fa in Kenya per diffondere la cultura dei libri, ma anche per favorire l'incontro e il dialogo fra culture diverse.
 
LE MIE FIABE AFRICANE, di Nelson Mandela: Nelson Mandela raccoglie in questa antologia il meglio dell'immaginario fiabesco africano. Le storie più belle e antiche, raccontate nella forma in cui ce le restituiscono oggi le metamorfosi prodotte da secoli di peregrinazioni. Ma anche alcune storie nuove che fanno da corollario al corpus della tradizione. "C'è la lepre," osserva Mandela, "una piccola canaglia; il furbo sciacallo, nel ruolo dell'imbroglione; la iena, nella parte del più debole; il leone, in quella di sovrano dispensatore di doni; il serpente, che infonde paura e al contempo è un simbolo di virtù taumaturgiche; ci sono gli incantesimi che provocano sventura o salvezza; ci sono cannibali raccapriccianti che fanno paura ai grandi non meno che ai piccoli". Il popoloso universo di uomini e animali che abitano questo continente con la loro generosa umanità e l'istintiva disponibilità al sorriso è colto attraverso gli squarci folgoranti dell’arida essenza dell'Africa, tramite il caleidoscopio dei suoi colori assoluti, del bagliore accecante del sole, della foschia azzurra delle montagne. All'orizzonte il benevolo sollievo offerto dall'acqua e dalle foglie. "Le mie storie più care" le definisce Mandela. Storie antiche quanto l'Africa, raccontate attorno ai falò della sera da tempo immemorabile, universali nella loro capacità di ritrarre gli animali e la loro umanissima magia.
 
L’INTERPRETE BRICCONE: Tutta la visione del mondo dell'Africa tradizionale entra a comporre il mosaico straordinario di questo insolito romanzo, ricco di riferimenti culturali sociali e religiosi. Mescolando diversi generi narrativi, attraverso divertenti e avvincenti avventure, viene raccontata la storia di Wangrin, personaggio mitico, eroe leggendario che, grazie alla sua intelligenza, alla sua astuzia e coraggio, ma anche alla sua sfacciataggine e allo scarso senso morale, si prende gioco di tutti i potenti, siano essi i bianchi colonizzatori o i neri regnanti, depositari del potere tradizionale.
 
TI SEGUIRÒ OLTRE MILLE COLLINE. UN’INFANZIA AFRICANA, di Hanna Hansen: Jeanne è di etnia tutsi. Vive con i genitori a Kibungo, in Ruanda, e la sua è un'infanzia felice e protetta, scaldata dalle favole e dalle leggende raccontate dalla nonna. Ma quando compie otto anni tutto cambia improvvisamente: essere tutsi diventa una condanna. Allo scoppio della guerra civile tra le due etnie ruandesi, uno dopo altro tutti i famigliari di Jeanne vengono massacrati dagli estremisti hutu. Jeanne riesce miracolosamente a salvarsi perché una donna hutu si offre di farla passare per sua figlia, ma per molto tempo resterà sconvolta e profondamente ferita nello spirito. Sarà l'incontro con un'amica creduta morta a restituirle la voglia di vivere e a farle trovare la forza di mettersi in contatto con una zia che vive in Europa.
 
 
  
Prossimamente pubblicheremo una biografia dei principali cantanti del Kenya. Nel frattempo vi invitiamo a sperimentare la musica africana cercando su Youtube le canzoni di Emmy Kosgei, Miriam Makeba, Saba Anglana e Stella Mwangi.
 
   
KANGA: è un indumento molto colorato simile al kitenge, diffuso in gran parte dell'Africa orientale. Il nome significa "gallina faraona" in swahili, con riferimento ai colori sgargianti di alcune specie africane della famiglia Numididae. La stampa del colore avveniva originariamente attraverso timbri di legno adeguatamente incisi e immersi nell'inchiostro: il prodotto finito veniva venduto in sei pezzi quadrati. Mentre le prime versioni prevedevano solo due colori, le versioni moderne sono multicolore e vendute in due pezzi identici, da tagliare e combinare insieme. Il kanga è costituito da un rettangolo di cotone stampato (circa 1 m per una larghezza variabile, da 1,25 a 1,75 m). Il disegno del kanga tradizionale è suddiviso in due parti: un bordo detto pindo (in swahili: "cuciture") e una parte centrale detta mji (letteralmente: "città"); all'interno dello mji compare spesso una frase detta ujumbe ("frase") o più semplicemente jina (il "nome" del kanga; pl. majina), tipicamente un proverbio o una frase benaugurale. Il pindo è suddiviso in un margine esterno (spesso nero) e una striscia interna, che può essere in tinta unita o decorata con uno sfondo comunque di colore sostanzialmente omogeneo. Il mji può essere costituito da un pattern geometrico, ma sono comuni anche mji con figure di animali o altri disegni stilizzati. Per rendere il testo massimamente leggibile le lettere del jina normalmente sono tutte maiuscole. I kanga sono in genere indossati in coppia: un elemento viene utilizzato come gonna e l'altro avvolto intorno al busto; la coppia viene chiamata “doti”. I due pezzi vengono indossati sia dagli uomini che dalle donne e usati anche per avvolgere i neonati o come ornamenti delle abitazioni. Il ruolo del jina viene spesso sottovalutato dagli occidentali, che sono culturalmente propensi a considerarlo una decorazione più che un vero e proprio messaggio. Nella cultura swahili, invece, si suppone che chi indossa un kanga sia ben consapevole del significato del suo jina e che intenda coscientemente comunicare quel particolare significato alle altre persone. Per questo motivo, i jina sono spesso utilizzati come strumento di propaganda politica o per informare la popolazione rispetto a campagne sanitarie o di altro genere. Il jina, inoltre, costituisce solo la parte più esplicita del messaggio comunicato da un kanga. Nella cultura swahili, anche i diversi motivi e colori hanno tutti un significato molto preciso. Il colore di un kanga indossato da una donna, per esempio, può indicare che è pronta a sposarsi o divorziare; più in generale, la decorazione del kanga può indicare una varietà di condizioni e stati d'animo. Alcuni kanga svolgono di conseguenza un ruolo specifico in determinati momenti della vita sociale e familiare delle popolazioni swahili. Per esempio, il kisutu cha harusi è un kanga decorato con i colori rosso e nero, che a Zanzibar viene indossato dalle spose nel giorno del matrimonio. La tradizione dei kanga risale alla metà del XIX secolo; non è certo quale sia l'origine esatta, probabilmente Zanzibar o Mombasa. All'origine, il kanga era realizzato da un rotolo di tessuto come quelli da cui si ricavavano i fazzoletti, tagliato secondo proporzioni diverse. I fazzoletti erano stati introdotti in Africa dall'Europa soprattutto dai mercanti portoghesi e per questo motivo ancora oggi in alcune zone dell'Africa il nome dei kanga ricorda la parola portoghese lenço, "fazzoletto"; per esempio, in alcuni luoghi vengono chiamati leso. In particolare, potrebbe essere stata l'abitudine delle donne portoghesi di indossare caratteristici fazzoletti, in numero di quattro, cuciti insieme, per avvolgere il corpo o la testa, ad ispirare la versione dell'Africa orientale. Il disegno ha subito nel tempo una forte evoluzione. I primi kanga avevano un mji molto semplice, per esempio con una disposizione geometrica di cerchi. I pattern sono diventati via via più complessi e più colorati, e all'inizio del XX secolo si è cominciato ad aggiungere al disegno il jina, prima in arabo e poi sempre più frequentemente in swahili o comunque in lettere romane. Pur trattandosi di indumenti tipici dell'Africa orientale, i kanga sono spesso prodotti altrove. Nella prima metà del XX secolo la maggior parte dei kanga erano realizzati in India e in Europa e importati in Africa. A partire dagli anni cinquanta diversi paesi africani (soprattutto Kenya e Tanzania) hanno intensificato la produzione locale. In Kenya, dopo l'indipendenza, il governo di Jomo Kenyatta incoraggiò la produzione tessile in generale (identificandola come un settore industriale strategico per lo sviluppo economico del paese) e di kanga e kitenge in particolare (dato il valore simbolico di questi indumenti come rappresentativi dell'identità africana). Ecco alcuni esempi di frasi dei Kanga (majina): Wema hauozi ("La gentilezza non è mai sprecata"); Kawia ufike ("Meglio tardi che mai"); Riziki Ya Mtu Hupangwa Na Mungu ("La fortuna di un uomo è decisa da Dio"); Mimi Na Wangu Wewe Na Wako Chuki Ya Nini ("Io ho il mio e tu hai il tuo, perché litigare?"); Sisi Sote Abiria Dereva Ni Mungu ("In questo mondo tutti sono passeggeri, Dio è il guidatore"); Fimbo La Mnyonge Halina Nguvu ("I più forti hanno ragione"); Liya Na Tabia Yako Usilaumu Wenzako (equivalente a "Chi è causa del suo mal pianga a sé stesso"); Naogopa Simba Na Meno Yake, Siogopi Mtu Kwa Maneno Yake ("Temo il leone e le sue zanne, non temo l'uomo per le sue parole”).
 
KITENGE: Il kitenge (plurale vitenge, in swahili) o chitenge (plurale zitenge, in tonga) è un indumento africano simile al kanga o al sarong asiatico, tipico della tradizione swahili e diffuso in Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan, Namibia, Zambia, Malawi e altri paesi. Viene indossato avvolto attorno ai fianchi o al busto, sulla testa come una bandana, o usato come fasciatura per i neonati. Come i kanga, i kitenge tendono a essere decorati con colori sgargianti e la decorazione può comprendere una frase, scritta solitamente in caratteri maiuscoli. Il kitenge è un rettangolo di cotone, stampato a cera; di solito il motivo principale è scuro su uno sfondo più chiaro. Rispetto al kanga, il tessuto è più spesso e c'è una bordatura solo sul lato lungo.
 

 

 

 

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